La scrittura e' l'unica forma d'arte che mi permette di evadere,di esprimere al meglio i lati piu' nascosti della mia anima. La scrittura ha il potere di rendermi semplicemente libera.
Autore: Letizia Gallone
La scrittura e' l'unica forma d'arte che mi permette di evadere,di esprimere al meglio i lati piu' nascosti della mia anima. La scrittura ha il potere di rendermi semplicemente libera.
Ho conosciuto in me la sofferenza. Ho ascoltato storie inenarrabili e ho visto gente con occhi pavidi. Ho conosciuto in me la sofferenza Ho osservato gesti di persone temerarie e ho stretto mani con vene come quelle delle salme: pietrificate,gelide,come i venti che soffiano a est. Ho conosciuto in me la sofferenza e ho parlato con coloro che di parole ne avevano pieno il cuore. Ho conosciuto in me la sofferenza,quella infima,cruenta che ti rincorre senza tregua Ho conosciuto la sofferenza in me e in loro,vittime di una vita che non ha concesso il tempo di essere degna della sua presenza. Ho conosciuto e ho visto in me e in loro la sofferenza e in essa ci siamo riconosciuti. Ho visto me e loro in un mondo di sofferenza e lì abbiamo cercato di riprenderci la vita. Ho conosciuto in me la sofferenza.
Un nido di rondini definito casa sinonimo d’inferno. Instabile, barcolla sull’albero ma resiste al vento La rondine si distanzia prova a toccare il cielo per non pensare a quel nido divenuto ormai nero . Richiamata dai doveri rincasa tra i roveri. Il nido pensato come protetto ma ormai arso da molto tempo. Nitidi i colori sulle sue piume forti le ali divenute sicure Il nido, luogo protetto si disintegra con un battito lento Paglia, cenere apparentemente nido, realmente declino Nido, pensato protetto ma sentito stretto sospinge la rondine verso altre sponde accusandola per le sue ombre profonde. Fugge da quel nido avverso non più complice, si eleva al cielo Blu, come il mare che la segue, sfiorata l’acqua con l’ala pensa a quella libertà mancata. Una goccia di nero colora la sua ala Petrolio: è il suo nemico Petrolio: è il suo dolore Petrolio le occlude il respiro, le ricopre il viso Petrolio le rallenta il volo, le immobilizza il corpo, la trascina nell’oblio Petrolio le strappa l’anima intossicandole la vita.
Ciao a tutti, mi chiamo Letizia, fra due mesi compirò 22 anni, frequento il secondo anno all’università di Scienze Infermieristiche,ho pochi ma veri amici di cui mi fido,sono cresciuta in un ambiente pregno di cultura e con una famiglia che mi ha sempre voluto bene. Se voi doveste basarvi su quanto avete appena sentito,pensereste sicuramente che non ho alcun tipo di problema. Se invece la vostra attenzione si dovesse spostare sulle mie braccia,sulle mie gambe,direste che sono sottopeso e che dovrei mangiare un bel piatto di pasta al sugo. E se invece entrambi gli approcci fossero sbagliati,come reagireste? Se vi dicessi che al di là delle parole,della corporeità, si nasconde un malessere ben più profondo,mi credereste ? Facciamo una prova. Provate per un momento a chiudere gli occhi immaginandovi di essere a Teatro,seduti in platea,pronti ad attendere l’attore che salirà sul palco. Di lui non sapete nulla se non che cercherà di raccontarvi una storia intensa,vera,difficile. Non dovrete fare altro che lasciarvi trasportare dalle sue parole e dalle emozioni. Terminato l’esperimento,ognuno di voi potrà aprire gli occhi e trarre le proprie conclusioni.. Buon ascolto
Ciao a tutti, mi chiamo Letizia,ho 19 anni e in queste settimane ho iniziato ad andare a correre, a fare esercizi a corpo libero ad allenarmi in spiaggia e a seguire una dieta. Non ho alcuna fissa,quindi non c’è nulla di cui preoccuparsi, il mio scopo è solo quello di tonificare un po’ i muscoli e mantenermi in forma. Durante queste settimane di allenamento mi sto accorgendo che la pancia è divenuta piatta,le cosce sono leggermente meno grosse e ad essere sincera così mi piaccio di più. Ovviamente se voglio continuare ad ottenere simili risultati,non dovrò più mangiare tutto ciò che mi farebbe prendere chili come la pasta o i dolci. Devo essere più selettiva sugli alimenti,e più rigorosa e determinata negli allenamenti. Devo e voglio pretendere maggiormente da me stessa. So che posso farcela. Ho perso il controllo, sto male,non mi sento bene. Ho un malessere interiore che non mi dà tregua. Ho fallito,ho perso. Oggi il mio sogno si è infranto:non ho superato il test di medicina,e di conseguenza non diverrò mai un medico specializzato in oncologia pediatrica. Sono una nullità,una perdente,ho deluso me stessa,la mia famiglia. Se solo mio papà lo sapesse,chissà cosa penserebbe di me. Mi manca: papà dove sei ? Perché te ne sei andato ? Perché mi hai abbandonata? Ci deve essere pur un modo per farti tornare da me ed io,forse, lo conosco.
Perché nessuno mi capisce? Mamma e papà sono preoccupati per me:continuano ad assillarmi,a pormi domande,a costringermi a mangiare e a pesarmi davanti a loro,ma io non voglio. Adesso hanno anche deciso che devo essere visitata da uno psichiatra,poiché la situazione con il tempo potrebbe divenire critica,ma io non voglio. Desidero solo essere lasciata in pace.
E’ trascorso qualche mese dalla visita con lo psichiatra e niente è mutato. Il dottore mi ha suggerito di rivolgermi al centro pilota DCA delle Molinette,perché lì potrei essere aiutata. Ho deciso di ascoltare il suo consiglio ed è per questo che oggi ho avuto il primo colloquio con le psichiatre;quest’ultime mi hanno diagnosticato un disturbo che io non voglio nemmeno nominare,poiché so che non mi appartiene. Io non ho alcun problema. Io sto bene. Non ho bisogno di nessuno.
Stasera mamma e mia sorella mi hanno trovata distesa davanti al gabinetto;mamma ha telefonato a papà e insieme mi hanno detto che, se domani non chiamerò di nuovo il centro,richiederanno di farmi un TSO. Li odio,io sto benissimo. E’ da qualche mese che sono seguita dai medici e onestamente va sempre peggio. Piango,mi irrito per qualsiasi cosa,non ascolto,non seguo ciò che mi viene suggerito,non sono collaborativa,rifiuto gli aiuti concessi innalzando continue barriere. Non voglio mangiare,non voglio seguire il piano alimentare,non voglio smettere di allenarmi. Io sono una grassona,faccio schifo e se voglio stare bene,devo perdere peso e perseguire i miei obiettivi. Nessuno potrà fermarmi.
Voglio morire. Sto male. Ho un malessere interiore che mi attanaglia l’anima,sono sfinita,esausta. Sono cattiva,crudele. Ho bisogno di amore,ho bisogno di condividere opinioni,pensieri con qualcuno,ho semplicemente bisogno di amore. Perché allontano tutti,perché nessuno si avvicina,perché non vengo ascoltata ? Sono cattiva,sono crudele. Devo purificarmi dalle colpe commesse e l’unico modo che conosco è vedere sgorgare il sangue dalle mie vene. Voglio morire. Odio la vita. Odio me stessa Ieri le psichiatre mi hanno proposto un percorso intensivo: si tratta di un ricovero diurno di sette ore nelle quali sarò seguita costantemente da un’equipe di medici e infermiere con cui parlerò e farò innumerevoli attività. Ho deciso di accettare la proposta,seppur con fatica e con poca convinzione. Sto cercando di ambientarmi in day hospital: qui ci sono tante regole come l’uso vietato del cellulare, che viene rigorosamente spento e messo in un cassetto,leggere,parlare di temi riguardanti il cibo o le malattie psichiatriche,oppure stare seduti non facendo attività fisica. L’aspetto positivo però è che insieme a me ci sono altre cinque ragazze che hanno già iniziato il percorso e che si sono dimostrate molto gentili nei miei confronti. In day hospital svolgo tante attività differenti come giardinaggio,musicoterapia,gruppo make up,gruppo corporeità, psicoterapia di gruppo e individuale;in generale la psicoterapia mi sta aiutando: ho bisogno di parlare,di sfogarmi,di capire chi sono stata e chi sono ora. C’è un momento però durante la giornata che per me è deleterio: il pasto. Non appena vedo il cibo,inizio ad impazzire: sminuzzo,pulisco ogni singolo alimento:,sono ossessionata,ho paura che il cibo sia stato contaminato e soprattutto ho il terrore di ingrassare. Osservo alcune delle ragazze che tra poco verranno dimesse e noto proprio la loro tranquillità nel gestire la situazione e nel modo che hanno di approcciarsi alla vita. Chissà se un giorno anche io sarò così; prima però di domandarmi questo,devo chiedermi una cosa: ma io voglio davvero guarire ? Non sto migliorando,le mie condizioni fisiche e psichiche stanno peggiorando: svengo per strada,mi irrito per qualsiasi cosa,piango sempre provando un senso di solitudine enorme. Considerate le circostanze,i medici sono riusciti,dopo svariati tentativi, a convincermi ad accettare il ricovero 24 ore su 24. Non so quanto tempo starò,so solo che stasera dovrò preparare la valigia. Forse dentro di me sono riuscita ad ottenere ciò che volevo. Sono qui,in reparto,chiusa tra queste mura e mi sento soffocare. Ogni porta,finestra è blindata,l’unico spiffero di aria entra da una parte della tettoia della veranda e basta. Non posso uscire nemmeno per andare al bar se non sono accompagnata da qualcuno,non posso fare niente,mi sento in prigione. Per colmare il cratere che mi porto dentro,scrivo: la scrittura da sempre mi ha salvata,è la mia unica valvola di sfogo,senza non potrei vivere. Mi manca lo studio,mi mancano i miei amici;sto male ma allo stesso tempo sto bene. Papà si è avvicinato a me,mi viene a trovare tutti i giorni,e insieme dopo tanti anni stiamo costruendo un rapporto. Sono felice anche se c’è un pensiero che non riesco a togliermi dalla testa.”Davvero ho dovuto arrivare al ricovero totale per poter riavere mio padre accanto ? Davvero ho dovuto ridurmi in questo stato per poter finalmente sentirmi legittimata a dire al mondo,a chi mi conosce,quanto soffrissi ? Ho innumerevoli domande e nessuna risposta. Perché è tutto così difficile? Perché è successo a me ? Ho paura. Non voglio più vivere così,non è questa la vita che voglio. Desidero realizzarmi, viaggiare,imparare,leggere tutti i libri che ancora non ho letto e scrivere. Non voglio più essere pelle e ossa. Sto iniziando a capire che forse ho un problema e devo iniziare ad affrontarlo. Non posso più far finta che non esista,voglio curare la mia anima. E’ S. Stefano e oggi ho mangiato il mio primo piatto di patate:mi sono emozionata,è stato bello. In questi giorni trascorsi in montagna con la mia famiglia,sto riflettendo molto su quanto male io mi sia inflitta negli ultimi anni,e su quanto il mio passato mi abbia disintegrata. Non posso più negare a me stessa ciò che provo e che sono. E’ difficile ammetterlo,ma devo farcela.
Mi chiamo Letizia,fra due mesi compirò 22 anni e sono malata: soffro di Anoressia Nervosa. Finalmente sono riuscita a pronunciare tale frase ! Sto incominciando a prendere coscienza e consapevolezza dell’estremo malessere che mi sono portata dentro in questi due anni e mezzo. Negli ultimi giorni ho preso una decisione:ho scelto di combattere la malattia. So che il percorso è e sarà faticoso,complicato; ci saranno ancora numerose ricadute,ma ad oggi sono pronta ad affrontarle. La malattia mi ha portato via tutto ciò che amavo ed ora sto cercando di riprendermelo. Ho compreso che anche io posso avere un posto nel mondo,ho capito che devo fidarmi e affidarmi ai medici: loro sono qui per aiutarmi. Ho capito chi sono e grazie alla psicoterapia lentamente sto tentando di rimettere insieme i pezzi della mia vita. So che non sono sola. So che se voglio,posso cambiare la rotta della mia navigazione. So che posso essere felice,so che non è la malattia a identificare la mia persona. Io non sono un numero,non sono delle inutili ossa,io sono altro,io sono molto di più. Ed ora mi rivolgo a voi: a voi che state vivendo tale incubo da cui pensate che non esista una via di uscita. A voi dico di non mollare: non è vero che ormai siete e sarete condannate a vivere per sempre con l’ossessione di quante calorie avete ingerito,di quanti chilometri avete fatto, di quanto le vostre gambe siano troppo grosse o i vostri fianchi troppo in rilievo. So che ora vi sembra impossibile da credere,ma vi assicuro che c’è un modo per poter risalire. Inizialmente sarà difficilissimo:faticherete,piangerete ma sarà proprio in quel momento che non dovrete arrendervi: continuate a lottare,a sviscerare la vostra vita,urlate,entrate in contatto con il vostro dolore fino in fondo senza riserva alcuna. Urlate al mondo la vostra disperazione e poi risalite .Fatevi aiutare,cercate di lavorare su voi stesse,sulle vostre potenzialità,perché ognuna di noi le ha,e sulle vostre fragilità. Cercate di focalizzarvi su cosa davvero vi renda felici: concentratevi sul dentro e non sul fuori. L’anoressia vi ha ucciso,ma vi ha anche reso più forti. Non lasciatevi sopraffare dai periodi bui,ma anzi,sfruttateli per comprendere quali possano essere le cause del vostro malessere. Non siete condannate per sempre a vivere nell’anoressia,nessuna lo è. Risalite,brillate,rifiorite. Potete farcela ! Siate libere, strappate quelle catene e incominciate a volare! Mi chiamo Letizia, fra poco compirò 22 anni,da quindici giorni sono stata dimessa dal day hospital ma continuo comunque ad essere seguita in ambulatorio al centro pilota DCA delle Molinette. Non sono guarita,la mia vita è una continuo mare in tempesta,però sto imparando a navigarlo. Non sarà mai grata abbastanza ai medici e alle infermiere per ciò che hanno fatto per me. Il percorso riabilitativo è durato 1 anno e due mesi: è stato difficile,spesso insopportabile ma in quel periodo ho conosciuto per la prima volta Letizia e la sua vita in ogni sua più piccola sfumatura e sfaccettatura. Non sono guarita,ma ad oggi sono più motivata e positiva. Ho paura del futuro,ma non voglio pensarci. Voglio imparare a vivermi ciò che mi accade senza proiettarmi sempre su ciò che verrà dopo. Voglio vivere E voglio vivere nel qui ed ora.
Con amore e speranza Letizia Gallone
23 LUGLIO 20176 LUGLIO 20192 AGOSTO 201928 FEBBRAIO 2020. Giorno delle dimissioni
Vi osservo da lontano tra gli alberi,le piante di questo giardino che sono stati parte del mio cammino. Vi osservo da lontano e mi commuovo se rimembro alle giornate trascorse al sole a piantare piccoli semi simboli di nuove rinascite. Vi osservo da lontano e mi commuovo per come sapete stare nel nostro mondo senza creare frastuono. Vi osservo da lontano con le lacrime che mi rigano il viso per l’amore che mi avete donato. Vi osservo da lontano in silenzio come mi avete insegnato. Vi osservo da lontano provando a ricucire i pezzi del mio cuore spezzato bisognoso solo di essere curato. A voi, che come Penelope avete tessuto i fili della mia anima
Caro corpo, oggi ho deciso di scriverti una lettera e di parlarti senza filtri,perché sento di essere arrivata a un punto importante della mia vita in cui è necessario tracciare un percorso delineato del nostro rapporto. In questi giorni,come tu ben sai,abbiamo raggiunto traguardi importanti che mi hanno dato la possibilità di riflettere su chi sono stata,chi sono e chi vorrei essere. Nell’ultima settimana infatti ho scelto di fare un tuffo nel passato e di andare a sfogliare la galleria del telefono in cui ci sono le innumerevoli fotografie che ti ho scattato in questi tre anni. Non ti nego che ci siano immagini che mi abbiano destabilizzata e che perciò non intenderò mai pubblicare,sia perché da un lato non voglio scuotere la coscienza altrui,sia perché non vorrei influenzare in alcun modo miei coetanei che hanno sofferto o soffrono di un disturbo alimentare. Il contenuto di quelle fotografie è molto forte ed io non posso negare di non aver avuto un sussulto o un nodo alla gola,nel momento in cui le ho riviste. Caro corpo,ti ho osservato a lungo e sono stata male. Ho visto in che modo ti avessi distrutto e in quell’attimo non sono stata capace di trattenere le lacrime. Ho constatato a mente lucida quanto dolore ti avessi provocato ed è per tale motivo che oggi ti sto scrivendo una lettera per chiederti scusa. Scusami corpo per tutta la sofferenza che ti ho causato; non so nemmeno come tu abbia trovato la forza per non abbandonarmi,sebbene io abbia fatto qualsiasi cosa per ucciderti. Non posso dimenticare i primi mesi in cui ho incominciato lentamente a sottrarti il cibo,perché desideravo che tu assumessi un’altra forma,come non posso scordare le ore,che poi si sono tramutate in giornate intere, nelle quali non ti concedevo nè di mangiare né di bere. Sì,perché io oltre a non nutrirti non ti permettevo nemmeno di assumere liquidi: avevo paura. Temevo che anche un solo sorso d’acqua potesse avere degli effetti sul peso e così ho iniziato a non bere mai,fino a quando i medici mi hanno comunicato che mi stavo disidratando e che per tale ragione avrebbero dovuto mettermi delle flebo. Le flebo,quante ne ho viste, e quante ne ho fatte, ormai eravamo diventate migliori amiche tanto che io,per scherzare,dicevo sempre di aver trovato il mio nuovo fidanzato. Ho sempre ironizzato sulla mia malattia,ho sempre messo alla prova i miei curanti mostrandomi tranquilla e convinta di ciò che stavo facendo. Per me era una sfida perenne con i medici e soprattutto con me stessa; non mi sono fermata davanti a niente,nemmeno quando avevo gli esami sballati ed ero costretta a prendere integratori, e cinque pastiglie di potassio al giorno. Più peggioravo,più ero contenta,poiché significava che stavo agendo nel modo corretto. Mi ricordo ancora le svariate volte in cui all’università ho avuto le crisi ipoglicemiche e le mie amiche hanno dovuto accompagnarmi fuori dall’aula,coprirmi con ogni cappotto che era a disposizione e provando a spiegarmi che non potevo continuare su questa linea. Io purtroppo però non ascoltavo e soprattutto non mi rendevo conto di cosa mi e ti stessi causando. Non ho avuto timore nemmeno durante quel giorno invernale in cui,conclusa la lezione, ho avuto un cedimento talmente forte che i miei compagni mi hanno obbligata a sedermi sulla sedia a rotelle,sebbene io non volessi, e a portarmi,su consiglio dei docenti,in ospedale. Mi ricordo che non mi reggevo in piedi,che ogni movimento mi procurava un dolore atroce:mi sembrava di impazzire. Mi ricordo che le infermiere hanno dovuto bucarmi più volte,in quanto non riuscivano a trovare le vene,come mi ricordo quando il medico ha comunicato ai miei genitori,che nel frattempo erano corsi al Cottolengo ,che avevo 33 di frequenza cardiaca e che stavo rischiando la vita . Mi ricordo la preoccupazione di mia mamma e di mio papà che mi aiutarono a salire in macchina per portarmi direttamente al San Luigi,l’ospedale in cui lavora mio padre;durante il tragitto in auto avevo una flebo attaccata ad una gruccia,ero dispnoica, ma nonostante ciò,io continuavo ad essere rilassata. Quando sono giunta in ospedale, mi ricordo le domande precise della dottoressa,l’elettrocardiogramma,l’attesa sul lettino del reparto e l’ansia che ho provato nell’attimo in cui mi sono accorta che dalla flebo non scendeva più acqua,bensì glucosio. Mi ricordo l’angoscia di quel momento e il desiderio di staccarmi immediatamente la flebo,in quanto non volevo che tu, corpo, venissi contaminato dallo zucchero o da qualsiasi liquido che potesse farmi ingrassare. Mi ricordo che ho iniziato a contare le calorie e a pensare alle
modalità che avrei dovuto adottare successivamente per espellere ciò che avevo assunto. Tu,corpo,in questi tre anni mi hai dato tanti segnali che io però non ho mai voluto vedere. Tu hai cercato di farmi capire che ti stavo disintegrando,ma io ero troppo concentrata sull’obiettivo che dovevo raggiungere per darti l’attenzione che mi richiedevi. Non ti ho mai ascoltato nemmeno la sera in cui,uscita dalla discoteca con le mie amiche,sono svenuta per strada e ,alcuni ragazzi che erano accanto a noi,hanno dovuto prendermi in braccio e farmi sedere su una panchina. Non dimenticherò mai la paura negli occhi delle mie amiche e il mio totale rifiuto nell’ingerire una bustina di zucchero: per me era veleno ed io dovevo proteggermi. Sebbene non avessi le forze,continuavo a ripetere di stare bene e di riuscire a camminare autonomamente,e così nel momento in cui ho provato ad alzarmi,sono nuovamente svenuta altre tre volte: alla fine ho dovuto accettare di essere portata sulle spalle da un ragazzo che, gentilmente, mi ha accompagnato fino alla vettura. Era una sera di agosto e tu mi stavi supplicando di fermarmi,ma io non volevo e ad oggi ti chiedo scusa. Scusa per averti maltrattato,per essermi comportata prima come l’homo erectus incidendo su di te segni della mia arte rupestre e dopo come l’homo sapiens quando scopre il fuoco e prova ad utilizzarlo come meglio crede. Ti chiedo scusa per non aver avuto pietà,per essere stato argomento di conversazione tra mio papà e Aurora; mia sorella infatti aveva spiegato che, per studiare il corpo umano, non necessitava di nulla,in quanto in casa aveva già uno scheletro che poteva spostare a suo piacimento. Ti chiedo scusa per aver usato te,caro corpo, per urlare al mondo intero i miei malesseri interiori. Ti chiedo scusa per essere stato oggetto di sguardi indiscreti di gente che,osservandoti, era in grado di contare esattamente ogni singola costola e a delineare perfettamente l’intera colonna vertebrale. Ti chiedo scusa per averti causato lividi,macchie scure, perché ormai eri divenuto talmente fragile che ti bastava una botta per essere rovinato. Ti chiedo scusa per quella sera in cui,per timore,non ho saputo dire di no subendo così una forte violenza psicologica,violenza che sono riuscita a raccontare alla mia psicoterapeuta dopo mesi e con le lacrime che mi rigavano il viso. Ti chiedo scusa per averti distrutto: ero arrabbiata con te,perché,essendomi sviluppata in quarta elementare,ti ho visto repentinamente mutare e questo ha fatto in modo che io avessi sempre gli occhi di tutti puntati addosso. Ti odiavo e piangevo; avrei tanto desiderato non avere le forme affinchè le persone si avvicinassero a me non per il fisico ma per la mia testa. Ti chiedo scusa per averti ridotto a una carcassa per rapaci,per averti causato indicibili sofferenze,per averti usato per provare a riavere nuovamente quell’amore che ormai da troppi anni non conoscevo più. Ti chiedo scusa,caro corpo,per non essermi presa cura di te,per averti portato oltre ogni livello di sopportazione. Ti chiedo scusa,perché nonostante il male che ti ho causato,tu non mi hai abbandonato e hai cercato di farmi capire che non potevo più perseguire la mappa che in testa mi ero creata. Caro corpo, ti chiedo scusa per ogni pena che hai dovuto subire in tutti questi anni e ti ringrazio per avermi dato una forte scossa il giorno in cui ho visto la morte dinnanzi ai miei occhi: lì ho capito che era giunto il momento di fermarmi. Caro corpo ti chiedo scusa per ciò che hai dovuto sentire a causa di ferite passate,profonde che hanno cambiato radicalmente la mia vita. Caro corpo ti chiedo scusa per averti maledetto e per aver sperato che tu potessi scomparire. Caro corpo ti ringrazio per aver resistito,seppur con fatica,quando ho ricominciato a mangiare. Grazie,perché nonostante lo stomaco si fosse ridotto e io facessi fatica a finire anche solo una pietanza,tu non ti sei arreso. Caro corpo grazie per aver accettato le mie tempistiche prima di riuscire a guardarti di nuovo allo specchio senza provare ripugnanza. E’ stato difficile,e spesso impossibile,vedere come ti stessi trasformando e come lentamente le mie forme stessero ritornando. Tu mi conosci e sai quanto ho pianto,e sofferto. Caro corpo ti ringrazio per avermi concesso la possibilità di scoprirti lentamente,senza fretta. Caro corpo,ti ringrazio per aver avuto la pazienza di attendere che io mi riabituassi all’idea di indossare abiti corti,pantaloncini e costumi,tutti vestiti che per anni sono rimasti sigillati in una scatola. Caro corpo ti ringrazio perchè ad oggi,dopo tutto quello che hai dovuto passare,sei ancora qui a lottare con me affinchè io smetta di odiarti. Caro corpo ti ringrazio per le giornate in cui non mi fai sentire così brutta,e ti chiedo scusa per le volte in cui invece ti guardo e provo ribrezzo. L’accettazione di sé non è facile: è una battaglia continua che sembra non avere mai una fine; io però con l’aiuto della psicoterapia ho imparato e sto imparando a riconoscere i momenti di difficoltà e a dar loro un senso. E’ un percorso ancora lungo che richiederà diversi anni,ma prima o poi spero di riuscire a stare con te che fai parte di me. Caro corpo ti chiedo scusa per averti maltrattato,disintegrato fino allo stremo. Caro corpo ti chiedo scusa se ad oggi ti considero ancora come un nemico,ma ti prometto che prima o poi troverò il modo per convivere insieme a te senza recarti più alcun danno. Caro corpo ti chiedo scusa se ad oggi non sono ancora capace di volerti bene,ma un giorno mi auguro di riuscire ad accarezzarti,e ad amarti come meriti.
che le dici:”hai tutto” senza capire che ciò che tu chiami universo per lei rappresenta il vuoto cosmico
A te
che le ripeti:” sconfiggila” ma non immagini quanta fatica comporti lottare contro di lei: la sua linfa vitale. Sradicare ogni radice. Sconfiggere se stessa
A te
che la costringi,la obblighi senza riflettere ai disagi che le provochi
A te
che sei estraneo ai pensieri inconsci
agli agoni costanti
A te
che non conosci la sopraffazione dell’onta,e della violenza inaudita
A te
che usi la facilità della dialettica
contrapposta alla fatica del suo agire
A te
che la supplichi
le parli
la sproni
ma lei rimane immobile
A te
che sei all’oscuro non di ciò che dice,ma di ciò che sente
A te
che le chiedi di tornare,ma non sai che ha lasciato questa Terra,perché era stanca di vivere in un mondo fallace saturo di idee prefabbricate,valori perduti,menti banali.
Lei non appartiene a un simile mondo, agli sguardi menzogneri,alle parole taglienti,agli esseri umani asettici
“Ciao papà,sono Letizia,tua figlia,ho quasi 20 anni e un giorno spero di riuscire a perdonarti” cosi’ si concludeva la lettera che decisi di pubblicare il 4 dicembre del 2017. E’ stato un atto di pura liberazione,perché finalmente ero riuscita ad esprimere cio’ che non ero mai stata capace di dire e che mi aveva sempre oppressa. Non mi aspettavo che tu venissi a conoscenza del mio blog e tantomeno della mia lettera. Non pensavo nemmeno lontanamente che tu potessi leggerla,ci speravo,lo ammetto,ma non ci credevo. Non volevo illudermi,ne’ rimanere delusa,e per tali ragioni preferivo non fantasticare. Un pomeriggio d’inverno però qualcosa e’ mutato. Era ormai trascorsa una settimana dalla pubblicazione della mia lettera,quando all’improvviso ho sentito squillare il telefono. Nonostante fossi presa dal panico totale,ho risposto. Eri tu. Ci siamo salutati,e poi abbiamo conversato pochi minuti,giusto il tempo per programmare un giorno in cui vederci,e terminare cosi’ la nostra conversazione.È stato tutto veloce,al punto tale da non rendermi nemmeno conto di ciò che era appena accaduto. Dopo aver concluso la telefonata,mi ricordo di essere stata colta da una forte emozione mista a paura,e gioia. Avevo gli occhi lucidi. Ero felice ma contemporaneamente non sapevo che cosa dovessi e potessi aspettarmi da quella cena.
Quando ci siamo incontrati,ogni cosa si è susseguita nel modo più naturale possibile. Quella sera abbiamo affrontato molteplici argomenti uno diverso dall’altro,senza mai fermarci. Abbiamo parlato tanto.Entrambi dovevamo aggiornarci sulla vita altrui e sui cambiamenti che vi erano stati durante gli anni di cui nessuno dei due era a conoscenza,perché tu improvvisamente avevi scelto di andartene. In tutto questo tempo ti sei perso molti eventi. Non ci sei stato nella mia adolescenza,ne’ quando ho compiuto diciotto anni. Il nove maggio avrei preferito leggere sullo schermo del cellulare solo un tuo messaggio al posto invece di tutti quegli auguri che avevo ricevuto. Erano moltissimi e con frasi piene di affetto,ma nessuno era stato inviato da te. Non ci sei stato a festeggiare insieme a me i miei pochi traguardi,ne’ il giorno in cui ho conseguito il diploma e neppure quando mi sono vista precipitare il mondo addosso. Non ci sei mai stato. Accanto a me è rimasta la mamma. Sempre. Lei c’è stata in ogni singolo istante. Mi ha sopportata,supportata, ascoltata,capita,difesa,abbracciata,rimproverata e consigliata. Ha condiviso con me gioie e dolori.Mi ha lasciata libera di decidere,anche nei momenti in cui era cosciente che stessi sbagliando. Mi ha insegnato a credere nei miei sogni,a pormi degli obiettivi,e anche a levigare quello scudo di ferro che mi ha resa impenetrabile. Lei mi ha cresciuta sotto ogni singolo aspetto. Sebbene non glielo dica mai,perché proprio come te faccio fatica a esternare le mie emozioni che mi provocano disagio e mi rendono impacciata,è stata ed è tuttora il mio punto di riferimento,è il capostipite della nostra famiglia. Se sono la persona che sono diventata,è soprattutto grazie a lei. Quindi mamma:grazie per tutto ciò che sei stata in grado di darmi. Grazie per aver camminato accanto a me,e per aver cercato di colmare i vuoti che,tu papà,avevi lasciato.
Per molti anni sei stato assente,ma ora sei tornato e insieme stiamo cercando di costruire un rapporto. Non è semplice ma ci stiamo provando. Sono contenta che tu ci sia,poiché ora sono un po’ più sollevata;lo stesso sollievo che ho provato quando tu in macchina parlando del mio futuro, mi hai detto:” puoi essere chi vuoi,non devi farlo per me,io sarò contento ugualmente,qualsiasi cosa dovesse succedere”. In quell’attimo il nodo che avevo sempre tenuto stretto,si è sciolto,perché per la prima volta ho compreso che avrei avuto il tuo sostegno, la tua approvazione. Nonostante ciò continuavo a credere di dover dimostrare a te e alla mamma che anche io potevo farcela. Volevo raggiungere anche solo la metà dei traguardi che eravate stati in grado di raggiungere voi. Tra i pochi ricordi che ho custodito con estrema gelosia,ci sono le serate passate tutti insieme sul divano a guardare “Dottor House” sentendo te e la mamma che riuscite a capire la diagnosi ancora prima che l’attore stesso l’abbia pronunciata. Sono cresciuta con due genitori a cui nessuno ha regalato mai nulla. Spesso avete dovuto lottare,attraverso anche vie giudiziarie,contro chi tentava di ostacolarvi,farvi tacere,perché denunciavate e mostravate le diverse condizioni di tutti coloro che non svolgevano correttamente il loro lavoro. Sono cresciuta con due genitori che sono diventati entrambi degli ottimi medici e che hanno speso ogni loro singola energia per arrivare dove sono ora,ed io vorrei anche solo essere la metà di ciò che siete voi. Non voglio deludervi,e l’idea che possa succedere,mi sconvolge. Quindi sebbene quella sera le tue parole non abbiano modificato la mia posizione,hanno però cambiato il mio umore,perché per la prima volta in vent’anni mi hai detto che eri fiero di me e che avrei dovuto ragionare su quello che mi rendeva davvero felice. Per molte persone sembrerà assurdo,ma per me quella frase ha avuto un valore rilevante. In teoria dovrebbe essere normale che il proprio padre ti incoraggi,ti aiuti,ti supporti. È vero,ma non nel mio caso. Per me è tutto nuovo,è come se fossi tornata indietro nel tempo e stessi incominciando a compiere i primi passi. Io non ho mai saputo a che cosa equivalesse scherzare,ridere e parlare liberamente con il proprio padre non dovendo convivere con la paura di poter pronunciare una parola fuori posto. Non ho mai sperimentato che cosa significasse trascorrere il Natale senza cosi’ tante diatribe,pianti,urla al punto da arrivare ad odiare quella festa sperando solo che i sorrisi di circostanza,gli abbracci,le finte risate,gli addobbi,i regali cessassero di esistere il piu’ rapidamente possibile. Non ho mai conosciuto la sensazione che si prova nel raccontare al proprio padre le svariate vicissitudini giovanili in un clima sereno,gioioso e con un calice di vino in mano. Non lo so,lo sto scoprendo per la prima volta adesso. Ecco, per questi motivi una o due volte alla settimana dico ai miei amici che non ci sono per alcuna ragione,in quanto devo vedere mio papà e non posso assolutamente rimandare. Per troppi anni sono stata privata del rapporto con mio padre e ora che sto cercando di costruirlo su basi solide,non sono disposta a perderlo una seconda volta.
Sto conoscendo mio padre dopo 12 anni di assenza. Sto scoprendo che siamo più simili di quanto avessi mai immaginato,ma soprattutto sto vedendo quanto impegno lui ci stia mettendo per recuperare il tempo perso.
È vero,non ti nego che spesso mi capita di pensare:”ma se non ti avessi scritto quella lettera,tu mi avresti mai cercata? Se non mi fosse accaduto tutto ciò che mi sta succedendo,avresti avuto ugualmente determimati atteggiamenti ?” Sono domande che mi pongo,e che non trovano mai una risposta univoca,e coerente,ma non importa perché tu ora sei presente ed è ciò che conta.
Sto conoscendo mio padre dopo 12 anni di assenza e per la prima volta riesco a percepire chiaramente la sua preoccupazione nei miei confronti. Sta tentando a modo suo di aiutarmi,vorrebbe che lo ascoltassi,ma soprattutto che lasciassi andare via questo Male,e che iniziassi a parlare. In determinate giornate mi sento soffocare,ma so che lui,così come la mamma,stanno tentando qualsiasi cosa. Loro spesso ritengono che sia una questione apparente,quando in realtà e’ sostanziale. Il vero problema parte dal cervello,ciò che avviene in seguito,è solo una tipica e banale conseguenza di una problematica già preesistente. Cio’ che dovrebbe essere,non e’ e cio’ che non dovrebbe essere,è. Non e’ semplice da capire e soprattutto da esplicare. Come si fa a spiegare che esiste una linea sottile che mi divide tra il dover essere e l’essere realmente ? Come faccio a spiegare che ho elaborato e costruito con estrema attenzione innumerevoli schemi mentali perfetti,perché soltanto in questo modo sentivo di poter appartenere a qualcuno,a qualcosa?. Come faccio? È complesso. Ci sono infiniti fili intrecciati,aggrovigliati,annodati che prima o poi però cesseranno di essere un’enorme matassa. Verranno sciolti, ma da me soltanto. Nella mia vita ho imparato a non chiedere aiuto a nessuno,a nascondere le lacrime,perché il pianto non risolve nulla,e in particolare a non cedere per alcuna ragione. Ho sempre fatto tutto in autonomia,e ora più che mai ho bisogno di vincere questa battaglia da sola,affinche’ io possa dire”Brava,non hai fallito,ce l’hai fatta”. Mio padre è tornato in un momento particolare della mia vita,e sebbene non possa capire fino in fondo ciò che provo,sono contenta che mi sia accanto.
Sto imparando a conoscere mio padre dopo 12 anni di assenza. Non è semplice,perché ci sono ancora tante questioni irrisolte che ho paura a raccontare,e affrontare. È difficile ma entrambi ci stiamo impegnando,soprattutto lui. A volte magari gli capita di inciampare,ma nonostante cio’ sta cercando di essere il più presente possibile,anche solo attraverso piccoli gesti. Non ci diciamo mai nulla apertamente,perché non ne siamo capaci,ma entrambi sappiamo tutto quello che c’è da sapere. Io so e lui sa. Questo è l’importante.
Dopo 12 anni di assenza io e mio padre ci stiamo concedendo una seconda possibilità.
Ciao papà,sono Letizia,tua figlia,oggi ho 20 anni e con il tempo sto provando a perdonarti,e quando ci sarò riuscita,spero di avere la forza di perdonare anche me stessa.
Questa storia la dedico a noi
A un padre e una figlia che non si sono amati
A un padre e una figlia che si sono persi e ritrovati
A un padre e una figlia che hanno avuto il coraggio di ricominciare