CARO CORPO

Caro corpo,
oggi ho deciso di scriverti una lettera e di parlarti senza filtri,perché sento di essere arrivata a un punto
importante della mia vita in cui è necessario tracciare un percorso delineato del nostro rapporto. In questi giorni,come tu ben sai,abbiamo raggiunto traguardi importanti che mi hanno dato la possibilità di riflettere su chi sono stata,chi sono e chi vorrei essere. Nell’ultima settimana infatti ho scelto di fare un tuffo nel passato e di andare a sfogliare la galleria del telefono in cui ci sono le innumerevoli fotografie che ti ho scattato in questi tre anni. Non ti nego che ci siano immagini che mi abbiano destabilizzata e che perciò
non intenderò mai pubblicare,sia perché da un lato non voglio scuotere la coscienza altrui,sia perché non
vorrei influenzare in alcun modo miei coetanei che hanno sofferto o soffrono di un disturbo alimentare. Il
contenuto di quelle fotografie è molto forte ed io non posso negare di non aver avuto un sussulto o un nodo alla gola,nel momento in cui le ho riviste. Caro corpo,ti ho osservato a lungo e sono stata male. Ho visto in che modo ti avessi distrutto e in quell’attimo non sono stata capace di trattenere le lacrime. Ho constatato a mente lucida quanto dolore ti avessi provocato ed è per tale motivo che oggi ti sto scrivendo una lettera per chiederti scusa. Scusami corpo per tutta la sofferenza che ti ho causato; non so nemmeno come tu abbia trovato la forza per non abbandonarmi,sebbene io abbia fatto qualsiasi cosa per ucciderti.
Non posso dimenticare i primi mesi in cui ho incominciato lentamente a sottrarti il cibo,perché desideravo
che tu assumessi un’altra forma,come non posso scordare le ore,che poi si sono tramutate in giornate intere, nelle quali non ti concedevo nè di mangiare né di bere. Sì,perché io oltre a non nutrirti non ti permettevo nemmeno di assumere liquidi: avevo paura. Temevo che anche un solo sorso d’acqua potesse avere degli effetti sul peso e così ho iniziato a non bere mai,fino a quando i medici mi hanno comunicato che mi stavo disidratando e che per tale ragione avrebbero dovuto mettermi delle flebo.
Le flebo,quante ne ho viste, e quante ne ho fatte, ormai eravamo diventate migliori amiche tanto che io,per scherzare,dicevo sempre di aver trovato il mio nuovo fidanzato. Ho sempre ironizzato sulla mia malattia,ho sempre messo alla prova i miei curanti mostrandomi tranquilla e convinta di ciò che stavo
facendo. Per me era una sfida perenne con i medici e soprattutto con me stessa; non mi sono fermata davanti a niente,nemmeno quando avevo gli esami sballati ed ero costretta a prendere integratori, e cinque
pastiglie di potassio al giorno. Più peggioravo,più ero contenta,poiché significava che stavo agendo nel
modo corretto. Mi ricordo ancora le svariate volte in cui all’università ho avuto le crisi ipoglicemiche e le mie
amiche hanno dovuto accompagnarmi fuori dall’aula,coprirmi con ogni cappotto che era a disposizione e provando a spiegarmi che non potevo continuare su questa linea. Io purtroppo però non ascoltavo e soprattutto non mi rendevo conto di cosa mi e ti stessi causando. Non ho avuto timore nemmeno durante quel giorno invernale in cui,conclusa la lezione, ho avuto un cedimento talmente forte che i miei compagni mi hanno obbligata a sedermi sulla sedia a rotelle,sebbene io non volessi, e a portarmi,su consiglio dei
docenti,in ospedale. Mi ricordo che non mi reggevo in piedi,che ogni movimento mi procurava un dolore
atroce:mi sembrava di impazzire. Mi ricordo che le infermiere hanno dovuto bucarmi più volte,in quanto
non riuscivano a trovare le vene,come mi ricordo quando il medico ha comunicato ai miei genitori,che nel
frattempo erano corsi al Cottolengo ,che avevo 33 di frequenza cardiaca e che stavo rischiando la vita . Mi ricordo la preoccupazione di mia mamma e di mio papà che mi aiutarono a salire in macchina per portarmi direttamente al San Luigi,l’ospedale in cui lavora mio padre;durante il tragitto in auto avevo una flebo attaccata ad una gruccia,ero dispnoica, ma nonostante ciò,io continuavo ad essere rilassata. Quando sono giunta in ospedale, mi ricordo le domande precise della dottoressa,l’elettrocardiogramma,l’attesa sul lettino del reparto e l’ansia che ho provato nell’attimo in cui mi sono accorta che dalla flebo non scendeva
più acqua,bensì glucosio. Mi ricordo l’angoscia di quel momento e il desiderio di staccarmi
immediatamente la flebo,in quanto non volevo che tu, corpo, venissi contaminato dallo zucchero o da
qualsiasi liquido che potesse farmi ingrassare. Mi ricordo che ho iniziato a contare le calorie e a pensare alle

modalità che avrei dovuto adottare successivamente per espellere ciò che avevo assunto. Tu,corpo,in
questi tre anni mi hai dato tanti segnali che io però non ho mai voluto vedere. Tu hai cercato di farmi capire
che ti stavo disintegrando,ma io ero troppo concentrata sull’obiettivo che dovevo raggiungere per darti
l’attenzione che mi richiedevi. Non ti ho mai ascoltato nemmeno la sera in cui,uscita dalla discoteca con le
mie amiche,sono svenuta per strada e ,alcuni ragazzi che erano accanto a noi,hanno dovuto prendermi in
braccio e farmi sedere su una panchina. Non dimenticherò mai la paura negli occhi delle mie amiche e il
mio totale rifiuto nell’ingerire una bustina di zucchero: per me era veleno ed io dovevo proteggermi.
Sebbene non avessi le forze,continuavo a ripetere di stare bene e di riuscire a camminare autonomamente,e così nel momento in cui ho provato ad alzarmi,sono nuovamente svenuta altre tre volte: alla fine ho dovuto accettare di essere portata sulle spalle da un ragazzo che, gentilmente, mi ha accompagnato fino alla vettura. Era una sera di agosto e tu mi stavi supplicando di fermarmi,ma io non volevo e ad oggi ti chiedo scusa. Scusa per averti maltrattato,per essermi comportata prima come l’homo erectus incidendo su di te segni della mia arte rupestre e dopo come l’homo sapiens quando scopre il fuoco e prova ad utilizzarlo
come meglio crede. Ti chiedo scusa per non aver avuto pietà,per essere stato argomento di conversazione
tra mio papà e Aurora; mia sorella infatti aveva spiegato che, per studiare il corpo umano, non necessitava di nulla,in quanto in casa aveva già uno scheletro che poteva spostare a suo piacimento. Ti chiedo scusa per aver usato te,caro corpo, per urlare al mondo intero i miei malesseri interiori. Ti chiedo scusa per essere stato oggetto di sguardi indiscreti di gente che,osservandoti, era in grado di contare esattamente ogni singola costola e a delineare perfettamente l’intera colonna vertebrale. Ti chiedo scusa per averti causato lividi,macchie scure, perché ormai eri divenuto talmente fragile che ti bastava una botta per essere
rovinato. Ti chiedo scusa per quella sera in cui,per timore,non ho saputo dire di no subendo così una forte
violenza psicologica,violenza che sono riuscita a raccontare alla mia psicoterapeuta dopo mesi e con le
lacrime che mi rigavano il viso. Ti chiedo scusa per averti distrutto: ero arrabbiata con te,perché,essendomi
sviluppata in quarta elementare,ti ho visto repentinamente mutare e questo ha fatto in modo che io avessi
sempre gli occhi di tutti puntati addosso. Ti odiavo e piangevo; avrei tanto desiderato non avere le forme
affinchè le persone si avvicinassero a me non per il fisico ma per la mia testa. Ti chiedo scusa per averti
ridotto a una carcassa per rapaci,per averti causato indicibili sofferenze,per averti usato per provare a riavere nuovamente quell’amore che ormai da troppi anni non conoscevo più. Ti chiedo scusa,caro corpo,per non essermi presa cura di te,per averti portato oltre ogni livello di sopportazione. Ti chiedo scusa,perché nonostante il male che ti ho causato,tu non mi hai abbandonato e hai cercato di farmi capire che non potevo più perseguire la mappa che in testa mi ero creata. Caro corpo, ti chiedo scusa per ogni
pena che hai dovuto subire in tutti questi anni e ti ringrazio per avermi dato una forte scossa il giorno in cui
ho visto la morte dinnanzi ai miei occhi: lì ho capito che era giunto il momento di fermarmi. Caro corpo ti
chiedo scusa per ciò che hai dovuto sentire a causa di ferite passate,profonde che hanno cambiato
radicalmente la mia vita. Caro corpo ti chiedo scusa per averti maledetto e per aver sperato che tu potessi
scomparire. Caro corpo ti ringrazio per aver resistito,seppur con fatica,quando ho ricominciato a mangiare.
Grazie,perché nonostante lo stomaco si fosse ridotto e io facessi fatica a finire anche solo una pietanza,tu
non ti sei arreso. Caro corpo grazie per aver accettato le mie tempistiche prima di riuscire a guardarti di
nuovo allo specchio senza provare ripugnanza. E’ stato difficile,e spesso impossibile,vedere come ti stessi
trasformando e come lentamente le mie forme stessero ritornando. Tu mi conosci e sai quanto ho pianto,e
sofferto. Caro corpo ti ringrazio per avermi concesso la possibilità di scoprirti lentamente,senza fretta. Caro corpo,ti ringrazio per aver avuto la pazienza di attendere che io mi riabituassi all’idea di indossare abiti
corti,pantaloncini e costumi,tutti vestiti che per anni sono rimasti sigillati in una scatola. Caro corpo ti
ringrazio perchè ad oggi,dopo tutto quello che hai dovuto passare,sei ancora qui a lottare con me affinchè
io smetta di odiarti. Caro corpo ti ringrazio per le giornate in cui non mi fai sentire così brutta,e ti chiedo
scusa per le volte in cui invece ti guardo e provo ribrezzo. L’accettazione di sé non è facile: è una battaglia continua che sembra non avere mai una fine; io però con l’aiuto della psicoterapia ho imparato e sto
imparando a riconoscere i momenti di difficoltà e a dar loro un senso. E’ un percorso ancora lungo che
richiederà diversi anni,ma prima o poi spero di riuscire a stare con te che fai parte di me. Caro corpo ti
chiedo scusa per averti maltrattato,disintegrato fino allo stremo.
Caro corpo ti chiedo scusa se ad oggi ti considero ancora come un nemico,ma ti prometto che prima o poi troverò il modo per convivere insieme a te senza recarti più alcun danno.
Caro corpo ti chiedo scusa se ad oggi non sono ancora capace di volerti bene,ma un giorno mi auguro di riuscire ad accarezzarti,e ad amarti come meriti.

Tua
Letizia

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